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ULTIMI GIORNI PER I LIBRETTI AL PORTATORE SOPRA SOGLIA PDF Stampa E-mail

Scadrà il 31 marzo prossimo il termine entro il quale i libretti di deposito bancari o postali al portatore con saldo pari o superiore a 1.000 euro devono essere estinti (ovvero entro il quale il loro saldo deve essere ridotto nel suddetto limite). L’art. 49, comma 12 del DLgs. 231/2007, come modificato dall’art. 12, comma 1 del DL 201/2011 convertito, stabilisce che il saldo dei libretti al portatore non può essere pari o superiore a 1.000 euro (e non più a 2.500 euro).
La violazione di tale prescrizione implica l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria dal 20% al 40% del saldo, con un minimo di 3.000 euro (art. 58, commi 2 e 7-bis primo periodo del DLgs. 231/2007).
Con riguardo ai libretti al portatore con saldo superiore a 50.000 euro, le sanzioni minima e massima sono aumentate del 50% (art. 58, commi 2 e 7-bis terzo periodo del DLgs. 231/2007).
Quindi, si applica la sanzione dal 20% al 40% del saldo ove questo sia compreso tra 1.000 e 50.000 euro, con un minimo di 3.000 euro, e la sanzione dal 30% al 60% del saldo ove questo sia superiore a 50.000 euro. L’art. 49, comma 13 del DLgs. 231/2007, come modificato dall’art. 12, comma 1 del DL 201/2011 convertito, inoltre, ha precisato che i libretti al portatore con saldo pari o superiore a 1.000 euro devono essere estinti (ovvero il loro saldo deve essere ridotto nel suddetto limite) entro il 31 marzo 2012. Sembra, peraltro, possibile ovviare a tali adempimenti tramite la trasformazione dei libretti in questione in nominativi.
Alla violazione di quest’ultima prescrizione è dedicata una specifica disciplina sanzionatoria modificata in sede di conversione in legge del DL 201/2011 (cfr. l’art. 12, comma 1-bis del DL 201/2011 convertito). In tale contesto, infatti, si è precisato che, per i libretti con saldo pari o superiore a 1.000 euro, nel caso di mancata estinzione ovvero di mancata riduzione del saldo ad un importo inferiore a 1.000 euro, entro il 31 marzo 2012, la sanzione sarà pari al saldo del libretto stesso ove questo sia inferiore a 3.000 euro.

Ne consegue che la violazione della disposizione in esame determinerà una sanzione amministrativa pecuniaria:
- pari al saldo del libretto, se di importo inferiore a 3.000 euro (art. 58, comma 7-bis ultimo periodo del DLgs. 231/2007);
- dal 10% al 20% del saldo con un minimo di 3.000 euro, nel caso di saldo compreso tra 3.000 e 50.000 euro (ex art. 58, commi 3 e 7-bis primo periodo del DLgs. 231/2007);
- dal 15% al 30% del saldo, nel caso in cui esso sia superiore a 50.000 euro (ex art. 58, commi 3 e 7-bis terzo periodo del DLgs. 231/2007).

Il tutto con obbligo, per l’intermediario finanziario che accerti l’infrazione, di comunicarla (ex art. 51, commi 1 e 2 del DLgs. 231/2007) alla competente Ragioneria territoriale dello Stato. Sul tema, la circolare 4 novembre 2011 del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha precisato che la comunicazione in questione deve essere effettuata non oltre trenta giorni dal momento in cui l’intermediario ha notizia della violazione. Tale momento è individuato nell’atto di presentazione, in banca o presso Poste italiane S.p.A., del libretto al portatore; escludendosi, quindi, un obbligo, per l’intermediario, di accertare l’esistenza di libretti al portatore “irregolari” attraverso il ricorso, ad esempio, ad estrazioni informatiche. Le sanzioni di cui sopra trovano applicazione anche quando, ex art. 49, comma 14 del DLgs. 231/2007, in caso di trasferimento di libretti di deposito bancari o postali al portatore, il cedente non comunichi, entro 30 giorni, alla banca o a Poste Italiane S.p.A., i dati identificativi del cessionario, l’accettazione di questi e la data del trasferimento (cfr. i commi 3 e 7-bis penultimo ed ultimo periodo dell’art. 58 del DLgs. 231/2007).

Fonte: Eutekne

 
TASSE SENZA TREGUA: DA IMU E IRPEF RINCARI DEL 150% PDF Stampa E-mail

Lui è avvocato, lei commercialista. Hanno due figli e vivono a Roma in una casa di proprietà. Per loro, le tasse locali nel 2012 saranno più care di 1.119 euro. Un aumento del 154% rispetto agli importi pagati l'anno prima. Colpa dell'Imu sull'abitazione principale e delle addizionali comunali e regionali all'Irpef. I numeri di Roma colpiscono, ma non sono un caso isolato: per la stessa famiglia, a Milano la stangata sarebbe di 394 euro (+90%) e a Bari di 356 euro (+50%). I Comuni hanno tempo fino al 30 giugno per approvare i preventivi 2012, ma la via dei rincari in molti casi è tracciata: i dati riportati nel nostro grafico mostrano che circa 40 capolouoghi di provincia – tra quelli che hanno risposto al Sole 24 Ore – hanno già messo in agenda l'aumento dell'addizionale Irpef o stanno studiando aliquote Imu superiori a quelle base definite a livello nazionale. Sono scelte che condizioneranno i bilanci familiari non solo per quest'anno, ma anche per il 2013. L'aumento dell'addizionale comunale, infatti, anche se deciso in questi giorni, è destinato a pesare sulle tasse pagate l'anno prossimo. Ad esempio, la famiglia di professionisti di Bari, in prospettiva, deve mettere in conto altri 129 euro di Irpef municipale.

Vista dalla parte degli amministratori, la compilazione del bilancio è un gioco a incastri complicato. Anche per via del fatto che metà del gettito dell'Imu finirà allo Stato (esclusi solo gli incassi da prime case e fabbricati rurali strumentali). A Padova, ad esempio, si stima che applicando le aliquote Imu ordinarie – 0,4% sulle abitazioni principali e 0,76% sugli altri fabbricati – il Comune perderà circa 5 milioni di euro rispetto all'Ici.

Si spiegano così le aliquote all'1,06% – il livello massimo – su seconde case e immobili produttivi in diverse città: da Latina a Pesaro, da Bergamo a Caserta. E si spiegano così anche gli sconti praticamente assenti per la prima casa: a parte Monza (che potrebbe aumentare da 200 a 300 euro la detrazione fissa per tutti) e Sondrio (che sta studiando di portarla a 250 o 300 euro) nessun Comune è orientato ad abbassare l'aliquota sotto lo 0,4 per cento. La geografia dei rincari è tutt'altro che omogenea. Ci sono città che hanno scelto di aumentare solo l'Imu, altre che interverranno solo sull'Irpef, e altre ancora che azioneranno entrambe le leve. E questo dipende da diversi fattori. Proprio Sondrio, ad esempio, ha portato l'addizionale comunale allo 0,8% già nel 2007 e non ha molti spazi di manovra in questo campo. Milano, invece, i margini per non aumentare l'Irpef se li è conquistati grazie alle risorse ricavate con il recente accordo sui derivati.

Le entrate extra, insieme ai tagli delle spese superflue, sono l'unica alternativa al rincaro delle tasse. Ma in qualche caso, come a Parma, è la situazione di bilancio del Comune – attualmente commissariato – a dettare l'ordine del giorno: addizionale Irpef allo 0,8% e aliquote Imu al massimo (0,6% prima casa e 1,06% altri immobili). Un numero crescente di Comuni sta studiando di applicare l'addizionale per scaglioni di reddito, partendo ad esempio dallo 0,4% fino a 15mila euro annui, poi salire gradualmente allo 0,8% oltre i 55mila euro. Il dato di fondo, però, non cambia. E i rincari colpiranno in modo trasversale anche i lavoratori dipendenti e i pensionati, che hanno già risentito in busta paga o sulla pensione dell'aumento dello 0,33% dell'addizionale regionale. Ad esempio, un funzionario di banca milanese con una media anzianità di servizio e due immobili (la casa in cui vive e un alloggio al mare), nel 2012 rischia di pagare quasi 1.200 euro in più. A Roma e Bari se la caverebbe con circa 700 euro. Ma non è una gran consolazione.

FONTE: ILSOLE24ORE

 
GLI STIPENDI DA 2 MILA EURO PIGNORATI DI UN DECIMO PDF Stampa E-mail

Riscossione coattiva meno aggressiva, ma non per questo meno determinata, con l'avvento delle nuove soglie in materia di esproprio dei crediti presso terzi e di espropriazione immobiliare, destinate a condizionare sensibilmente l'azione esecutiva nei confronti dei debitori di Equitalia.

Cominciamo con l'esproprio dei crediti, per il quale il decreto legge 16/2012 interviene sul decreto 602/1973, una sorta di Testo unico della riscossione, aggiungendo l'articolo 72-ter, che fissa i limiti di pignorabilità di stipendi, salari e altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, incluse quelle dovute a seguito di licenziamento. D'ora in poi è previsto che l'agente della riscossione possa procedere al pignoramento del credito presso terzi in misura pari a un decimo dello stipendio, o del salario, se questo è di importo fino a 2mila euro e, per importi compresi fra 2mila e 5mila euro, in misura pari a un settimo: il risultato pratico è, al contempo, la riduzione della quota di prelievo dello stipendio o del salario e l'allungamento della dilazione "forzata". Va però prestata attenzione al fatto che il regime "di favore" concesso dal legislatore riguarda soltanto i debiti dei dipendenti con stipendi o salari di importo non superiore a 5mila euro, per i quali il pignoramento nella misura di un quinto è stato ritenuto eccessivamente penalizzante per il debitore.

Infatti, per salari o stipendi superiori il comma 2 del nuovo articolo 72-ter prevede che resti ferma la misura prevista dall'articolo 545, comma 4 del Codice di procedura civile: pertanto, nei confronti dei debitori morosi di Equitalia, titolari di stipendi, salari e altre indennità di importo superiore a 5mila euro si continuerà a procedere con il pignoramento del credito nella misura di un quinto.

Passiamo all'altra novità relativa alla nuova soglia prevista per l'espropriazione immobiliare: dal 2 marzo, data di entrata in vigore del decreto 16, la soglia è stata unificata a 20mila euro, a nulla rilevando l'utilizzo dell'immobile posseduto dal debitore. Pertanto, soltanto laddove quest'ultimo abbia un debito complessivamente superiore a 20mila euro, quindi frutto anche di diverse pretese erariali maturate nel tempo, l'espropriazione immobiliare potrà essere avviata: diversamente, quindi in caso di importo complessivamente inferiore alla nuova misura, l'azione di riscossione coattiva dovrà necessariamente seguire altre strade rispetto all'esproprio del bene

immobile. Infine, viene previsto che l'agente della riscossione può iscrivere la garanzia ipotecaria su un bene immobile a condizione che l'importo complessivo del credito per cui si procede non sia complessivamente inferiore a 20mila euro: il tutto non necessariamente per finalità esecutiva ma anche a titolo di cautela nelle ipotesi di presenza di eventuali altri creditori oppure di fallimento del contribuente/debitore.

FONTE: IL SOLE24ORE

 
TASSA RIFIUTI, IVA RIMBORSABILE PDF Stampa E-mail

La tariffa rifiuti non deve essere assoggettata a Iva. Si tratta infatti di un'entrata tributaria che, in quanto tale, non può mai costituire il corrispettivo di un servizio reso. Questo è quanto ha ribadito la Corte di cassazione, con la sentenza 3756 del 9 marzo scorso (si veda « Il Sole 24 Ore» di ieri), in aperto contrasto con la tesi espressa dal Dipartimento delle politiche fiscali, nella circolare n. 3 del 2010. Con quest'ultimo documento di prassi, le Finanze avevano tentato di bloccare le istanze di rimborso dei contribuenti rilevando la continuità esistente tra la Tia1 (articolo 49, Dlgs 22/1997) e la Tia2 (articolo 238, Dlgs 152/2006).

La Tia2 è stata, infatti, dichiarata entrata patrimoniale, soggetta a Iva, con la disposizione interpretativa di cui all'articolo 14, comma 33, Dl 78/2010. Senonché, proprio questa tesi è stata smentita dall'ultima pronuncia della Cassazione. Ne deriva un evidente impulso alla riattivazione delle istanze di rimborso dell'Iva pagata dai cittadini, spesso tenute in sospeso, in forza della suddetta circolare n. 3. Deve peraltro essere chiaro che le procedure di rimborso determineranno un costo che, alla fine, sarà sopportato dal bilancio dello Stato e cioè dalla collettività. L'onere non può invero gravare sui gestori del servizio o sui comuni, poiché tutto è nato da una interpretazione dell'amministrazione finanziaria. La competenza a ricevere le domande è del gestore del servizio, se l'Iva è stata addebitata da questi.

A tale scopo, sarà sufficiente verificare se la fattura emessa è intestata al gestore. Nei casi meno diffusi in cui, invece, è stato il Comune a riscuotere l'entrata, con assoggettamento ad Iva, la domanda andrà inoltrata all'ente locale. Prima di presentare le domande occorre tuttavia fare delle verifiche. In primo luogo, è ovvio che nessun rimborso potrà essere richiesto ai Comuni che hanno applicato la Tarsu.

In questi casi, poiché l'Iva non è mai stata addebitata, nulla potrà essere preteso in restituzione a tale titolo. In caso di applicazione della tariffa, inoltre, occorre accertare di che tipo di tariffa si tratta. Potrebbe infatti essere accaduto che il Comune, con apposita delibera regolamentare, abbia deciso di istituire la Tia2, in luogo della Tia1. In tale eventualità, l'ostacolo è rappresentato dalla sopra citata norma interpretativa, di cui all'articolo 14, Dl 78/2010, che ne ha sancito la natura patrimoniale, in quanto tale da assoggettare ad Iva.

Il punto è, però, che in presenza di un'entrata che funziona esattamente come l'omologa entrata tributaria (la Tia1), appare difficile sostenere che il regime giuridico è completamente diverso. A ciò si aggiunga che, per consolidata tradizione dottrinale e giurisprudenziale, per stabilire la natura di un prelievo occorre dare prevalenza non alle espressioni letterali utilizzate dal legislatore ma al modo di funzionamento dello stesso. Si dovrebbe allora presentare al gestore un'istanza di rimborso dell'Iva pagata e quindi adire la magistratura ordinaria, per chiedere in via pregiudiziale l'illegittimità della disposizione di cui all'articolo 14, comma 33, Dl 78/2010, per violazione dell'articolo 3 della Costituzione. Se la Consulta dovesse accogliere l'eccezione, la Tia2 verrebbe riqualificata come entrata tributaria, rientrando così nella medesima disciplina giuridica della Tia1.

Le cose sono, invece, decisamente più semplici nei Comuni che hanno applicato la Tia1. Sarà in questo caso sufficiente presentare un'istanza di rimborso al gestore del servizio pubblico e quindi, in caso di rifiuto, citare lo stesso in giudizio davanti al giudice ordinario. In caso di richiesta di restituzione dell'Iva da parte di un consumatore finale, infatti, si è in presenza di una controversia tra privati, che non origina dall'emissione di un atto impositivo. Ne consegue l'incompetenza delle Commissioni tributarie e la cognizione del giudice ordinario (tra le tante, Cassazione, sentenza 2064 del 2011). Il termine per presentare l'istanza di rimborso dovrebbe essere quello di dieci anni dal pagamento, trattandosi di un indebito oggettivo.

 
LO STRANIERO PUÒ PAGARE L'HOTEL IN CONTANTI PDF Stampa E-mail

Deroga alle limitazioni dell'uso del contanti se vengono venduto beni e servizi a clienti stranieri ma l'esercente italiano deve porre in essere una serie di adempimenti. Passa alla Guardia di Finanza la competenza a ricevere la segnalazione su eventuali violazioni segnalate in materia di trasferimento di somme pari o superiori a mille euro. Sono queste le principali novità contenute nel decreto 16/2012 sull'uso del contante.

L'acquirente deve:

a) essere una persona fisica;

b) avere cittadinanza non italiana, né in un Paese Ue, né nello Spazio economico europeo;

c) avere residenza non italiana;

Il soggetto italiano che vende il bene o presta il servizio deve:

a) acquisire fotocopia del passaporto del cliente;

b) pretendere un'autocertificazione attestante che il cliente non sia cittadino italiano, cittadino di uno dei Paesi Ue o dello Spazio economico europeo. Il cliente eve attestare la residenza fuori del territorio dello Stato,

c) versare nel primo giorno feriale successivo a quello dell'operazione il denaro sul proprio conto corrente;

d) consegnare all'intermediario fotocopia del documento di riconoscimento del cliente;

e) consegnare sempre all'intermediario copia della fattura, della ricevuta o dello scontrino fiscale emesso;

f)inviare una comunicazione preventiva, anche in via telematica, all'agenzia delle Entrate.

La nuova norma non prevede una sanzione in caso di inosservanza degli adempimenti ma vi è da ritenere che trovi applicazione la sanzione sulla violazione all'uso del contanti. Sempre in tema di uso del contanti viene inoltre disposta la proroga al 1° maggio per l'erogazione di stipendi e pensioni corrisposti da enti e amministrazioni pubbliche esclusivamente attraverso rapporti con intermediari finanziari. La segnalazione alla Gdf In caso di violazioni sull'uso del contanti gli intermediari finanziari e i professionisti devono fare una comunicazione al ministero dell'Economia. Con il Dl 201/2011 era stato previsto che la segnalazione fosse inviata anche alle Entrate. Ora la previsione viene di nuovo modificata e la comunicazione deve essere inoltrata alla Guardia di finanza la quale, ove ravvisi l'utilizzabilità di elementi ai fini dell'attività di accertamento, ne dà «tempestiva comunicazione» all'agenzia delle Entrate. Non viene chiarito, neanche in questa occasione, se la Gdf debba essere interessata dal ministero destinatario della segnalazione ovvero direttamente dai professionisti e dagli intermediari. Nonostante l'interpretazione letterale della norma sembri condurre alla prima soluzione, la relazione illustrativa affida l'onere di segnare al ministero e alla guardia di finanza in capo ai soggetti tenuti agli obblighi antiriciclaggio.

FONTE: ILSOLE24ORE

 
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